Matteo Renzi promette faville; mercoledì, se alle parole saranno seguiti i fatti, le imprese saranno state alleggerite di dieci miliardi di carico tributario, le famiglie avranno qualche euro in più in busta paga e sarà stato approvato il job act, una serie di misure che, sulla carta, dovrebbero facilitare il passaggio dal mondo dell’istruzione e della formazione a quello del lavoro, semplificare la normativa e universalizzando gli ammortizzatori sociali, razionalizzandoli.

 

Nel frattempo, Almalaurea conferma che la situazione occupazione dei giovani è grigia. A un anno dalla laurea, infatti, i giovani che hanno trovato lavoro prendono circa mille euro netti al mese. Rispetto all’inizio della crisi, quando la media era di 1.300 euro, gli stipendi dei neolaureati sono calati di circa il 20 per cento, mentre si assiste ad un contestuale aumento della precarietà.

 

Nel 2008, riusciva a conquistare un contratto a tempo indeterminato il 41,8 per cento di quanti avevano conseguito una laurea triennale e il 33,9 per cento degli specialisti. Dopo sei anni, le percentuali scendono, rispettivamente, al 26,9 e al 26,7 per cento.

 

C’è di vero, tuttavia, che il titolo di studio è preferibile averlo; tra il 2007 e il 2013, infatti, lo scarto tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è sensibilmente aumentato, passando dal 2,6 per cento all’11,9. I laureati, infatti, sul medio termine hanno più chance degli altri di aumentare il proprio livello retributivo.

 

A cinque anni dalla laurea, infatti, i loro stipendi aumentano, mediamente, fino a raggiungere 1.400 euro. Purtroppo, anche in tal caso, c’è stata un diminuzione rispetto agli anni precedenti. Si registra una perdita salariale del 3 per cento tra i triennali, del 5 tra i magistrali e dell’11 tra quelli a ciclo unico.