E’ indubbio che a Venezia permanga ancora quello spirito levantino che, a mio avviso, va interpretato con una chiave culturale ampia del termine. Il levantino è di modi espansivi, caldi ed accomodanti, simpatico e fascinoso, affarista esperto, ma mai spietato. Per vivere in una città come Venezia,  sempre tallonata dal degrado, dall’abbandono, dal rischio che l’acqua se la porti via,  non puoi che sperare anche nell’aiuto altrui, soprattutto se il sostegno è di natura pubblica.  Il Comune di Venezia è un territorio diviso in due, difficile da amministrare: quello lagunare, con problemi e specificità uniche al mondo e quello di terraferma, che quotidianamente si misura con la necessità di rimanere al passo con la modernità. Per fare ciò, con una popolazione residente che si aggira attorno alle 270.000 unità, non puoi che affidarti all’aiuto della mano pubblica: se vuoi fare la manutenzione ordinaria e straordinaria di rive, rii e palazzi, se vuoi mantenere la residenzialità nella città insulare, se vuoi contenere il costo della vita che a Venezia supera del 30/40% quello delle altre città,  non puoi che sperare nella “generosità” altrui. Sia chiaro: Venezia è un patrimonio dell’umanità, ma è anche un patrimonio dei veneti e del Paese.  In passato, grazie alla Legge Speciale, gli aiuti sono stati copiosi e i risultati ottenuti non sempre sono stati all’altezza delle aspettative. Ma con la crisi che ha colpito il nostro Paese, negli ultimi anni gli aiuti sono venuti meno e anche le entrate tributarie provenienti dal Casinò non sono ormai più sufficienti a dare quell’autonomia finanziaria che prima poteva consentire all’Amministrazione di non introdurre, ad esempio, l’addizionale comunale Irpef. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2010 ci dicono che i contributi e i trasferimenti correnti pubblici ricevuti dal Comune capoluogo di Regione hanno sfiorato i 190 milioni di euro: poco più di 700 euro pro capite. Niente a che vedere con quanto incassava fino a qualche tempo fa, tuttavia è un importo nettamente superiore a quanto percepiscono gli altri Comuni capoluogo veneti. Rispetto a Vicenza, che ha ricevuto 63,3 milioni di euro pari a 547 euro pro capite,  Venezia ha incassato tre volte tanto. Rispetto a Padova, che ha portato a casa 85,9 milioni pari a 401 euro pro capite, il comune capoluogo di Regione ha incassato più del doppio. Rispetto a Verona, che ha riscosso 115,5 milioni di euro corrispondenti a 438 euro pro capite, Venezia ha “goduto” di maggiori entrate che sfiorano il 65%. Ora è evidente che questa situazione può dar luogo a risentimenti,  anche giustificati, da parte di chi ritiene sia giunto il momento di porre fine a queste disparità di trattamento: tuttavia non possiamo dimenticare che con oltre 9 milioni di presenze turistiche all’anno che invadono il centro storico veneziano, ad avvantaggiarsene è un po’ tutta la Regione: in primis le città d’arte e le spiagge venete che possono contare   sul forte richiamo che Venezia suscita in tutto il mondo. Ma rispetto a tutte le altre città, Venezia continuerà a vivere se riuscirà a mantenere un numero di residenti sufficiente a garantirne la vivibilità. Per questo da tempo sostengo che i veneziani dovrebbero essere pagati per rimanere tra calli e campielli, altrimenti tra qualche decennio rischiamo di ritrovarci con un centro storico completamente in mano ai turisti, ma senza avere più una città.