È l’associazione artigiana più citata da giornali, agenzie di stampa, radio e tv. Presente sui media in modo massiccio. E anche in assoluto quella più conosciuta dall’opinione pubblica. Quasi ogni giorno una ricerca, una presa di posizione, con diffusione di tabelle, percentuali, grafici e tendenze di ogni genere, comparazioni, italiane ed estere, confronti che bucano facilmente i riflessi condizionati, le pigrizie e il torpore dei media che non si applicano a sufficienza. Con lo scorno della Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato, che quanto a grandezza non ha proprio nulla da invidiare. Anzi. Eppure non ha la stessa visibilità della Cgia di Mestre, un nome e un logo, quasi una ditta. Di sicuro un marchio di garanzia. Una scialuppa contro un transatlantico, le proporzioni.

 

Più che una realtà associativa di 2.600 iscritti (“Eravamo in tremila, e da un po’ c’è una flessione, ma sono quelli che riescono a mantenere questo apparato”) e un sindacato di categoria, la Cgia è un centro di studi e ricerche di grande movimento e attivismo, che sforna dati su dati oltre ad essere anche un erogatore di servizi per le imprese associate. «Direi che il saper interpretare i dati dà un grande potere di contrattazione, e a mio avviso è anche una delle espressioni migliori del lavoro sindacale» dice Giuseppe Bortolussi, segretario dell’associazione di Mestre. Classe 1948, formazione da avvocato, diritto e giurisprudenza fino alla tesi, Bortolussi ha però una passione per l’economia e le sue prospettive, i dati, i conti e una vera ossessione-avversione per il fisco e per quanto le imprese devono pagare allo Stato. Ma non è un evasore e non sostiene affatto le ragioni di chi rivendica il diritto all’evasione. Vuole pagare, ma il giusto. O quel che serve per vedersi restituiti dallo Stato, in egual misura, servizi e vantaggi adeguati. Poi aggiunge: “Potremmo inscenare una manifestazione, fare degli scioperi, bloccare le strade, ma che senso avrebbe? Così non cambia nulla, vai invece lì con i dati e qualcosa poi vedi che succede…”.

 

La Cgia è nata nel 1945 e Bortolussi e al vertice dell’associazione da trentatré anni sui sessantotto di vita, quasi la metà. La prima volta che l’associazione ha fatto parlare di sé su un’agenzia di stampa è stato il primo luglio del 1993 con una iniziativa roboante: “La morsa fiscale in Italia è insostenibile per le piccole imprese?” si legge in un take dell’Agenzia Ansa delle 12.45 che riporta un comunicato dell’associazione, “E allora chiediamo la cittadinanza francese, visto che il Governo di quel paese concede sgravi alle imprese e non ulteriori tassazioni”. Due delegati della Cgia si sono così recati alla sede lagunare dell’Ambasciata di Francia bussando al portone tra lo stupore dei diplomatici. Fra i problemi segnalati e che assillavano all’epoca il mondo dell’artigianato locale, la minimum tax, la pressione fiscale, i crediti Efim e la questione di Porto Marghera”.

 

La prima ricerca diffusa porta invece la data del 21 maggio 1997 ed è dedicata alla confutazione del “caso Veneto”, con particolare riferimento all’assalto del commando leghista al campanile di San Marco in occasione della prima udienza del processo: “È sbagliato considerare alcune carenze culturali, la perdita dei valori, lo scarso senso dello Stato tra le cause principali del disagio sociale presente nel Veneto” è l’assunto dello studio.

 

In vent’anni, la Cgia è stata motivo o oggetto di notizia per ben 2.559 volte – tanti sono per esempio i take d’agenzia contenuti nell’archivio dell’Ansa (contro i 1.475 della Cna per esempio) – intervenendo praticamente su tutto: dal fisco ai tributi locali, dalla privacy alla povertà, passando per la spesa alla cultura, il lavoro, le pensioni, il federalismo e i suoi costi, l’usura, l’immigrazione, gli incidenti sul lavoro e persino quelli stradali («In calo quelli con i Tir», 7 luglio 2002), gli anziani, la natalità, la formazione, le imprese, le banche, i conti pubblici, il condono e l’Iraq (“Nel 2002 export da Italia per 340 mln euro” il 3 aprile 2003) fino all’Imu (“Perché non torniamo all’Ici?” dello scorso 9 agosto), all’Iva e alla crisi attuale che “è più pesante di quella del ‘29” come titola un lancio della primavera scorsa, ad aprile.

 

La Cgia di Mestre occupa una palazzina di cinque piani in acciaio e vetro, molto moderna, quasi avveniristica, proprio dietro la vecchia sede di via Torre Belfredo al civico 81 nel cuore di quel poco che è rimasto della vecchia Mestre storica, prima di essere abbattuta dall’insipienza democristiana degli anni Cinquanta e prima di far largo alla cosiddetta informe e anonima modernità edilizia per le esigenze espansionistiche e abitative dell’industria di Porto Marghera, quand’era locomotiva chimica e cantieristica del Paese.

I 2.600 associati comprendono, per il 70%, dipintori, edili, falegnami, impiantisti, elettricisti, manutentori per il comparto casa. E in quello auto, autofficine, carrozzerie, elettrauti, gommisti. Poi però ci sono anche lavoratori del cuoio e delle pelli, calzolai, lavoratori del vetro. Mentre il rimanente 30% degli associati vede parrucchieri, estetisti, ottici, odontotecnici, orologiai, tipografi, tassisti ecc.

 

Ma al di là delle categorie, l’apparato della ricerca Cgia si mantiene praticamente da solo. Con la forza della committenza, cresciuta e accreditatasi presso terzi via via nel tempo. “Noi siamo in linea con i prezzi di mercato, con gli altri, anche se il mercato è stato squassato dalla crisi e in giro si sente dire: “La tariffa sarebbe…, ma dammi pure la metà…” ti dicono. Tutto abbrutito. In più noi mettiamo uno sforzo di efficienza: straordinari forfettizzati ma lavoriamo anche la notte se è necessario e non chiediamo un centesimo in più. E tutto per questa mission: imporre l’idea che la piccola impresa è una nuova tecnologia, una realtà molto innovativa” spiega il segretario Cgia.

 

Quando lo incontriamo, Bortolussi ha appena finito di tenere una lezione ai suoi ricercatori. Intorno al grande tavolo sono una decina, divisi per responsabilità: c’è il titolare della ricerca sulle Banche dati, l’esperto di economia “con una buona cultura generale e specialistica sulla Piccola impresa”, lo statistico, l’esperto fiscale, la sociologa e pure l’esperto web, perché i dati vanno diffusi, presentati, esposti, resi pubblici. Il “Potere del dato” è tutto qua, nella sua divulgazione, nel suo utilizzo. “All’inizio eravamo un centinaio, adesso un’ottantina – spiega Bortolussi – con varie articolazioni, ma il gruppo forte è questo. Noi abbiamo anche una società che opera nel campo della formazione per conto terzi, una società che fa computazione dati su richiesta, delle società che fanno riferimento a noi e che sfornano ricerche per conto terzi, dalle società alle aziende ai giornali che ne fanno richiesta, da L’Espresso a Panorama, da la Repubblica al Corriere al Sole 24 Ore, La Stampa, “un po’ più raramente”, e tutti quelli del Triveneto e del Nordest. Poi ci sono periodi in cui lavori più per l’uno che per l’altro. Poi però abbiamo anche la nostra clientela fissa da anni – spiega Bortolussi – che va dalle organizzazioni di categoria ad altri sindacati, anche dei lavoratori dipendenti oppure grosse organizzazioni datoriali, datori di lavoro che vogliono studi ad hoc, ricerche che ci vengono commissionate e che noi gli facciamo molto volentieri. Diciamo che noi facciamo come Salgari, alla mattina siamo contabili e la sera, la notte, scriviamo libri. Tutto il giorno dobbiamo lavorare per la committenza per mantenerci, dopo di che quello che facciamo, inventiamo, creiamo, le idee sindacali delle battaglie è un di più. È quasi fuori orario, perché non posiamo permetterci di fare diversamente. Però cominciamo ad essere una quindicina di persone stipendiate che lavorano attorno a questa struttura di ricerca con anche una decina di collaboratori fissi, part-time e poi ne abbiamo più di una trentina, più distanti, ai quali commissioni un lavoretto e che è l’indotto della nostra ricerca. Abbiamo collaboratori di livello universitario, da professori a dottorati a dottorandi, questa è la nostra realtà. Noi lavoriamo ma facciamo anche tanto lavorare gli altri perché vogliamo garantirci i mezzi per fare la nostra battaglia in favore della Piccola impresa e del suo futuro, che è poi la nostra vera mission – spiega ancora il segretario della Cgia – una battaglia nella quale crediamo profondamente e nella quale credono anche tutti coloro che lavorano con noi e per noi. Tutti sono parte dell’impresa. E la nostra forza è l’indipendenza, perché io perseguo l’autonomia: no vojo paròni” dice in mestrino stretto.

 

La “rivoluzione dela Cgia” nasce però nel ’92 quando il governo introduce la minum tax e c’è un siparietto televisivo durante il quale il segretario della Uil Giorgio Benvenuto si rifiuta di stringere la mano al presidente nazionale di Confartigianato, Ivano Spallanzani, rivolgendoglisi così: “Io non do la mano agli evasori». Apriti cielo! «Io sono lì a due passi e guardo allucinato – ricorda oggi Bortolussi – il conduttore abbassa gli occhi e l’imbarazzo è generale. Io il giorno dopo ho spedito un telegramma a Benvenuto e ho chiesto di sfidarlo in pubblico, all’Hotel Ambasciatori di Mestre perché sono in grado di dimostrarle che noi non siamo evasori”. E come è andata la sfida? “Ha avuto esito positivo, da allora con Benvenuto siamo diventati grandi amici. È da quell’episodio che come associazione abbiamo scoperto i dati e il loro potere. Con la battaglia sulla minimun tax siamo riusciti a dimostrare che le piccole imprese, gli artigiani, i commercianti, pagavano più delle grandi imprese, delle multinazionali italiane. Abbiamo dimostrato che il 60% delle società di capitali dichiarava zero lire e un 22-23% solo qualche migliaio”.

 

È vero che Tremonti la sfotteva e poi è riuscito a convincere pure lui? “È vero. L’ho incontrato sul palco di Milano, Italia e lui mi faceva: Bortolussi, ancora tu con questi dati, ma va là… ma io ad ogni obiezione gli rispondevo a tono fino a che, esasperato, mi ha invitato ad andare nel suo studio di tributarista e avvocato delle grandi imprese in via del Crocefisso a Milano. Una settimana dopo ci mettiamo al lavoro, lui con due o tre suoi assistenti, io con tre o quattro miei collaboratori e dopo quattro, cinque ore di scontri, obiezioni e contro-obiezioni siamo riusciti a dimostrare che i nostri dati erano seri, anche perché abbiamo fatto vedere a Tremonti che la nostra fonte erano i dati ufficiali del Ministero che nessuno per altro conosceva. Dopo di che quei dati sono spariti, nessuno li ha più redatti…”

 

E Tremonti? “Allora era in odore di diventare ministro dell’Economia e mi disse: Va bene Bortolussi, se divento ministro la minimun tax te la tolgo. Ed è stato un galantuomo perché ha mantenuto la parola e ha anche dichiarato il perché la aboliva, grazie ai dati degli artigiani. Avrei preferito dicesse agli artigiani della Cgia di Mestre ma va bene lo stesso.

 

Nei ricordi del segretario della Cgia di Mestre i ricordi degli scontri con gli “avversari” e degli sforzi per portarli sulle sue posizioni si sprecano. “Come quella volta con i professoroni dell’Istituto Gramsci del Veneto… Si parlava di Tpp, Trasferimento di Perfezionamento Passivo , cioè di esportazione temporanea e poi del rimporto di prodotti. Le scarpe oppure le sedie da impagliare: in Italia non le impaglia più nessuno, esporto allora le sedie in Romania, le impagliano e le riporto a casa impagliate. Tutti a dire: fenomeno scandaloso! Delocalizzazione! Sì, ma lo sapete quanto vale? Abbiamo un saldo attivo di 10 mila miliardi. Finito il convegno. Nessuno aveva più nulla da dire. È il potere del dato” chiosa ancora Bortolussi. “Ma pure il governo ci ha chiesto di fare i conti per lui, quando andato via Tremonti è arrivato Siniscalco. Non riuscivano a fare i conti del maxiemendamento. Era il 2 novembre, abbiamo passato notte e giorno a calcolare e siamo poi riusciti a fare quadrare il cerchio”.

 

Come ha convinto i suoi a darle manforte, a sostenerla in questa sua avventura? “Erano abbattuti, dicevano che non si poteva fare nulla, che continuavano ad essere tartassati nell’abbandono generale. Allora ho suggerito al nostro Cda dell’epoca di stanziare 500 milioni di lire e ho promesso loro che sarei riuscito a imporre la battaglia degli artigiani. C’era il metodo degli altri – manifestazioni, cortei, proteste, bare dei padroni portate in giro per le strade – e il mio. Se fate le manifestazioni, gli ho detto, potete intervenire quando la tegola vi è già caduta in testa, se invece leggete, analizzate, studiate i dati, monitorate, fate gli osservatori, probabilmente interverrete prima che la tegola vi cada addosso. Magar facendo pressione sul Parlamento, sul Governo. Ma prima, in anticipo. È prevalsa questa tesi ed è iniziata la battaglia. La più difficile l’abbiamo ingaggiata di recente sull’Imu e sull’Iva”. Giuseppe Bortolussi mostra l’ultimo studio arrivato sul suo tavolo, quello sulla tassazione della benzina («Siamo al 60% del prelievo fiscale»).

 

Insomma, operate come una lobby, la comunicazione è Potere. “Mi permetta di non essere d’accordo” dice Bortolussi. “Il lobbista è anche quello che porta avanti delle leggi a suo beneficio. Noi ci vantiamo di farlo a vantaggio del Paese, perché convinti che la piccola impresa sia la sua vera possibilità di crescita, perché occupa quasi il 70% dell’economia. Quindi se l’occupazione è la cosa più importante perché è il motore della domanda, dello sviluppo, è la più grande entratura che ha l’Italia, ha la supremazia in Europa, noi ci stiamo ancora gingillando a chiedersi se è nana o non è nana, è importante o non è importante? Bè, non lo vedi se è importante?”

 

“Perché c’è qualcuno che non capisce una cosa semplicissima e preferisce aver torto in dettaglio che aver ragione all’ingrosso. Basta fare un ragionamento molto, molto semplice: prima c’era l’azienda fordista verticalizzata che produceva tutto al suo interno perché riteneva più produttivo questo, come mai adesso fanno produrre invece alla Piccola impresa? Per beneficienza, per carità cristiana? Assolutamente, perché è più conveniente. Perché una piccola impresa è portatrice di alcuni valori come quelli della estrema specializzazione, per esempio”.

 

Cos’ha di buono o di migliore la piccola impresa? “Che si responsabilizza” risponde Bortolussi. “Perché se deve consegnare prende i soldi. Poi si auto-sfrutta e sfrutta tutta la famiglia, è luogo di coesione finalizzata ed è anche molto più produttiva. Questa specificità è il suo sviluppo, il nostro genius loci, quel che ci ha fatto quello che siamo, non ci hanno fatto le grandi imprese, non siamo una loro conseguenza. Sono aziende che operano in un Paese dove l’energia costa dal 40 al 60% in più che nel resto d’Europa, dove le tasse sono molto più alte che negli altri paesi, e le paghi, dove l’80% è congruo e le tasse le deve versare. Tutto questo gran parlare di evasione, c’è per carità, ma bisogna anche sapere che un quinto degli inquilini oggi non ha neppure i soldi per pagare le spese condominiali, un quinto! Che se non sbaglio fa il 20%. Aziende che invece sottoposte agli studi di settore è congruo. Quindi, se si fanno i conti, queste aziende sono pure brave a pagare in anni di crisi così pesante e se condomini qualsiasi, di qualsiasi estrazione non ce la fanno a pagare. Sono eroiche, sono eroi del quotidiano. Gente che riesce a produrre in queste condizioni quando uno come Marchionne dice: “Me ne vado via perché qui non riesco a produrre”. La piccola impresa lavora sul territorio, lavora con i consumi della gente, comprimono i consumi chi paga il conto? Paga la piccola impresa. Noi lavoriamo per dimostrare questo. È la nostra mission”.

 

Il segretario della Cgia di Mestre ci spiega che Triveneto più Emilia-Romagna “fanno il Nordest statistico”, cioè quello che l’anno scorso 2012 “ha fatto 40 miliardi e rotti di euro di saldo attivo della bilancia commerciale”. “Bene – dice – ora questo saldo attivo è stato il frutto della diminuzione delle importazioni, ma è esattamente anche quello che è avvenuto in Germania quando nel 2007 hanno aumentato di tre punti l’Iva, cioè hanno compresso i consumi e aumentato l’export. Bene, però questo Nordest ha fatto 40 miliardi di saldo attivo. È chiaro che se io vado in cerca dell’area più produttiva della Germania, quella ha esportato di più, ma se io confronto questa parte del Paese con la Germania, con la Cina e con il Giappone, siamo più bravi noi! Ecco perché dobbiamo migliorare la struttura complessiva del Paese, perché non competiamo solo con il nostro mercato interno, ma con quello straniero e vinciamo. E attenzione, con un euro che è sopravvalutato a 130 circa sul dollaro, che viene tenuto artificiosamente basso, mentre sono in corso guerre valutarie, il franco svizzero è basso, lo yen pure e solo noi abbiamo sopravvalutato e i nostri, in queste condizioni, riescono pure a fare 40 miliardi di saldo attivo. E ne mancano pure all’appello”.

 

Il famoso “modello Veneto” tiene ancora o si è trasformato? “Vorrei portarla in certi luoghi – racconta – e farle vedere com’è cambiato. Vorrei portarla a Torre del Mosto, vicino a Jesolo, tremila anime, nemmeno, la zona industriale a vederla sembra di essere in America. Al posto della vecchia falegnameria c’è adesso un capannone da 5 mila metri quadri, poi c’è quello che fa tutto il lavoro in plastica per l’Ikea, quell’altro. Allora quei 40 miliardi e passa di attivo non vengono dal nulla. Vengono anche o soprattutto da lì. Diciamo che c’è molto interesse a dire che non funziona, però funziona. Anche se è difficile spiegare perché. Più difficile di quanto può sembrare. È come l’antimateria, spiega la materia. La differenza sta nel produrre cose di valore. E se noi facciamo funzionare meglio il sistema della piccola impresa, quel che finora ha procurato il benessere e tenuto insieme il Paese, continuerà a procurarlo sempre di più”. Parola di Bortolussi.