Nonostante la contrazione del Pil sia stata dell’1,6 per cento, la capacità dei nostri prodotti di conquistare nuovi mercati e nuovi acquirenti è stata straordinaria. Nel 2013 l’export veneto è cresciuto del 2,8 per cento: nonostante la crisi economica e un euro ancora molto forte rispetto alle principali monete internazionali, la crescita nei mercati extra europei è stata sorprendente. I risultati ottenuti sul mercato russo (+ 9,9 per cento), su quello statunitense (+ 6,7 per cento) e su quello cinese (+ 6,8 per cento) la dicono lunga sulla capacità del nostro sistema imprenditoriale di reggere le sfide dell’internazionalizzazione.

 

Il saldo commerciale, dato dalla differenza tra le esportazioni e le importazioni, è stato positivo e pari a 15,3 miliardi di euro: nel resto del Paese solo l’Emilia Romagna ha fatto meglio di noi. Al conseguimento di questo risultato hanno sicuramente contribuito il calo dell’import, legato alla contrazione della domanda interna, e l’aumento che ha interessato l’Iva. L’imposta sul valore aggiunto, infatti, si applica sulle importazioni, ma non sulle esportazioni.

 

Tuttavia, le performance dell’export e del saldo commerciale ci dicono che la nostra economia, nonostante tutto, tiene ancora. Sullo sfondo, però, rimane ancora oggi l’incapacità di aggredire la disoccupazione e di rilanciare i consumi delle famiglie che darebbero un grosso sollievo a molte piccole e piccolissime imprese che non hanno la possibilità o le potenzialità per misurarsi con i mercati esteri. Le difficoltà hanno raggiunto un punto tale che mai come in questo momento sarebbe necessario poter contare su un forte incremento degli investimenti pubblici per far ripartire la domanda interna.

 

Invece, nonostante il residuo fiscale veneto si mantenga positivo, le risorse scarseggiano e le grandi infrastrutture, materiali e immateriali, vengono realizzate con il contagocce. Una cosa che grida vendetta per una Regione come il Veneto che tra quanto versa di tasse allo Stato e quanto riceve da quest’ultimo in termini di trasferimenti e di servizi dà in solidarietà al resto del Paese oltre 18,5 miliardi di euro all’anno. In buona sostanza, ogni cittadino veneto, neonati e ultracentenari compresi, trasferisce alle regioni meno virtuose del Paese oltre 3.700 euro.

 

E’ vero che in materia di residuo fiscale ci sono realtà come la Lombardia o l’Emilia Romagna che registrano situazioni ancor più critiche della nostra, ma a differenza di queste ultime il Veneto è una regione schiacciata tra due realtà a statuto speciale che soffre ancor più delle altre per la mancanza di risorse proprie. E’ chiaro che per uscire dalla crisi economica non basta puntare sull’export: abbiamo bisogno di costruire un ponte che ci proietti in un futuro con meno tasse, meno burocrazia e lavoro per tutti. Per far questo abbiamo bisogno di più qualità nell’impresa e, paradossalmente, di più Stato. Uno Stato più efficiente, più snello, meno costoso e in grado di premiare i territori più virtuosi a scapito di quelli amministrati in maniera poco responsabile.