Le azioni giudiziarie che in questi ultimi giorni hanno decapitato i vertici di due grandi aziende pubbliche come la Saipem e la Finmeccanica o quelle che stanno interessando il management del Mps, ripropongono, a distanza di quasi vent’anni,  una nuova versione di Tangentopoli. Queste vicende non sono riconducibili unicamente ad un progressivo degrado etico/morale che coinvolge, purtroppo, anche la classe dirigente del Paese, bensì evidenziano anche un altro aspetto che parte dell’opinione pubblica fatica a cogliere. Oltre ad essere un reato, il pagamento di una tangente per ottenere una commessa o una fornitura  comporta la violazione  delle più elementari norme di democrazia economica. Chi “paga” si avvantaggia spingendo fuori mercato i propri concorrenti, “inquina” il mercato e abbassa la qualità del prodotto o del servizio offerto. Detto ciò, non può sfuggire che in queste forme di degenerazione ristagna una sacca di evasione fiscale di dimensioni abnormi. I milioni di euro che, secondo l’autorità giudiziaria,  sono stati pagati sotto forma di mazzette, non sono certo riportati nei rispettivi bilanci societari, ma sono “pescati” da fondi neri spesso depositati illegalmente in paradisi fiscali o provenienti da operazioni “estero su estero” molto azzardate. Secondo i dati della Guardia di Finanza riferiti al 2012, metà delle aziende quotate in Piazza Affari, in termini di capitalizzazione, risultano essere sotto inchiesta da parte delle Procure del nostro Paese. Oltre ai casi Saipem, Finmeccanica e Mps, c’è una lunga lista di società quotate in Borsa che devono fare i conti con la giustizia italiana: come riportato dalla stampa specializzata, la Procura di Torino sta indagando sulla Fondiaria Sai, imputandole il reato di falso in bilancio; l’Impregilo, la Bpm, l’Unicredit e la Parmalat sono altre holding dove i capi di imputazione – che oscillano tra i reati bancari/finanziari, quelli societari e di borsa –  hanno “trascinato” agli arresti  i manager di alcune di queste società. Gli stessi vertici della Guardia di Finanza in più di una occasione hanno ribadito come l’evasione fiscale, il sommerso, le frodi sui finanziamenti pubblici, il riciclaggio, l’abusivismo finanziario siano sempre più una minaccia unitaria della quale è difficile distinguere i vari aspetti. Ora, nessuno vuole “giustificare”  la piccola evasione realizzata da coloro che non emettono lo scontrino o la ricevuta fiscale. Anche questi reati, che  spesso suscitano una grande indignazione nell’opinione pubblica, vanno messi sulla stesso piano di quelli in capo ai 5.500 colletti bianchi denunciati dalla GdF nel 2012 per reati bancari, finanziari, societari e fallimentari. Tuttavia, credo che ognuno di noi sia in grado di constatare che c’è una bella differenza tra il barista che evade il fisco perché non ti rilascia, dopo aver bevuto il caffè, lo  scontrino fiscale del valore di un euro e la mazzetta da  30 milioni di euro che, ad esempio, i manager di Finmeccanica sembra abbiano versato al Governo indiano per “agevolare” la vendita di 12 elicotteri Agusta. Per meglio comprendere il peso specifico di questi fenomeni, l’ex Comandante Generale delle Fiamme gialle, Nino Di Paolo, ebbe modo di illustrare un singolare paragone riferendosi proprio alla mancata emissione di scontrini e ricevute che nell’immaginario collettivo rappresenta lo stereotipo dell’evasione.  Ebbene, una sola fattura falsa sequestrata dalla GdF ammontava a circa 1 miliardo e 200 milioni di imponibile e oltre 230 milioni di Iva. Riferendosi solo all’Iva evasa, Di Paolo ebbe modo di dire: “è come se per due mesi, nessun bar in Italia rilasciasse lo scontrino fiscale per tutti i 70 milioni di cappuccini o espressi consumati quotidianamente dagli italiani”.