Lo sappiamo: la crisi in atto sta mettendo a dura prova la tenuta economica delle famiglie e delle imprese venete. Di riflesso, così come denunciato dalla Banca d’Italia nella presentazione del rapporto sull’economia del Veneto, anche gli istituti di credito del nostro territorio ne stanno subendo le conseguenze. I numeri sono impressionanti: a fine 2011 il livello delle sofferenze bancarie ha superato i 10 miliardi di euro.

Ciò vuol dire che a fronte dei prestiti erogati dagli istituti di credito della nostra Regione alle famiglie e alle imprese venete, oltre 10 miliardi non sono stati restituiti nei tempi e nei modi prefissati. Di questi, 8,2 miliardi sono riconducibili alle imprese. Tutti noi abbiamo avuto modo di denunciare in questi ultimi mesi che ci troviamo di fronte ad una vera e propria stretta creditizia, oppure che le banche dovrebbero rischiare di più sostenendo con maggiore slancio il territorio veneto; tuttavia non dobbiamo dimenticare che le banche non sono degli istituti di beneficenza ma delle aziende private che sono chiamate a far utili.

Purtroppo, con l’aumento delle sofferenze registrato in questi ultimi anni, anche per le banche il quadro operativo si è fatto molto buio. Ciò detto, va sottolineato che le sofferenze tra le imprese venete presentano valori molto diversi a seconda della dimensione delle imprese. Premesso che l’80% circa dei prestiti erogati alle aziende va al primo 10% dei maggiori affidati (cioè ad una cerchia molto ristretta di clientela), sempre in capo a questo 10% ricade anche l’80% circa delle sofferenze.

In buona sostanza la stragrande maggioranza dei soldi va ai grandi gruppi economici che, stranamente, presentano livelli di solvibilità molto bassi. Sia chiaro: questa specificità non è riscontrabile solo nel Veneto, purtroppo è una caratteristica diffusa in tutto il Paese, a dimostrazione che in Italia le banche prediligono i rapporti con le grandi società, i potentati economici ed i grandi gruppi industriali. D’altronde, non è un caso che nei consigli di amministrazione dei grandi istituti di credito siedano manager, capitani d’industria o uomini comunque riconducibili a questi grandi gruppi.

Ma nella presentazione della situazione economica del Veneto non è mancata nemmeno una dura critica al nostro sistema economico: ‘l’epoca del “piccolo è bello” è finita per sempre’. Su questa affermazione mi permetto di sollevare qualche perplessità. Innanzitutto perché il problema del nostro territorio non è legato al fatto che ci sono troppe piccole imprese, caso mai è riconducibile all’assenza delle grandi imprese che in questi ultimi trent’anni sono sparite quasi completamente, non certo per colpa delle piccole aziende o del destino cinico e baro, ma per il fatto che il mercato ha operato una selezione durissima spingendole fuori mercato. In secondo luogo mi permetto di sottolineare che le piccole imprese, pur con tutti i limiti e le difficoltà, costituiscono uno straordinario patrimonio invidiatoci in tutta Europa.

Si pensi che l’importanza del mondo delle micro e delle piccole imprese è ormai riconosciuto anche dall’Ue che ha rilevato che nel 2011 il 58% dei nuovi posti di lavoro è stato creato dalle imprese con meno di 10 addetti. Ritenere che queste piccole realtà costituiscano un limite per la tenuta e lo sviluppo del nostro territorio mi sembra un vero e proprio azzardo.