In una fase economica segnata da una crisi che continua a deprimere fortemente la condizione generale delle famiglie e delle imprese, il problema del deficit infrastrutturale, e quindi dei maggiori costi legati alla mobilità urbana,  è scivolato, come era lecito attendersi, in secondo piano. Eppure questo problema, soprattutto nel Veneto,  presenta ancora oggi delle dimensioni molto preoccupanti. Da un recente studio realizzato dall’Automobile Club d’Italia  in collaborazione con la Fondazione “Filippo Caracciolo”,  emerge  che l’inefficienza del trasporto pubblico locale genera un costo aggiuntivo per le famiglie italiane di 1.500 euro all’anno, quasi il triplo di quanto le stesse pagheranno mediamente di Imu.  In altre parole, è il costo che i cittadini devono sobbarcarsi a seguito della mancanza di un servizio di trasporto pubblico locale efficiente ed economico. In ragione di un numero insufficiente di mezzi pubblici e di parcheggi scambiatori, la plurimodalità del trasporto urbano risulta essere ampiamente sottodimensionata rispetto alla domanda, con la conseguenza che per recarsi al lavoro o a scuola anche i veneti devono fare uso dei propri mezzi.   Non bisogna poi dimenticare che il sistema Paese subisce, a seguito dell’inadeguatezza del nostro sistema infrastrutturale, un costo annuo di almeno 40 miliardi di euro. La tassazione in Italia ha ormai raggiunto  un livello non riscontrabile in nessun altro grande Paese europeo: perché siamo costretti a pagare sempre di più per avere meno degli altri? L’ipotesi di colmare questo gap infrastrutturale attraverso la realizzazione delle opere in “project financing”  non  mi convince. In virtù della cronica mancanza di risorse pubbliche,  le grandi opere nel nostro Paese, ed in particolar modo nel Veneto, sono sempre più realizzate con il cosiddetto “project”. Insomma, per costruire   una grande infrastruttura (sia essa sociale od economica) si chiede il coinvolgimento di partner privati nel finanziamento e nella realizzazione dell’opera, ponendo così rimedio alla carenza di soldi pubblici. E’ chiaro che questi privati partecipano all’iniziativa solo a fronte di un ritorno economico: spesso questo ritorno si traduce in nuove tariffe o in aumenti di pedaggio per quanto riguarda i nuovi tratti autostradali, che poi, però, ricadono sulle tasche dei cittadini e delle imprese che operano in quell’area. Alla luce di tutto questo, proviamo ad indovinare in quale parte del Paese viene maggiormente utilizzato il project financing? Guarda caso proprio al Nord, con il risultato che i contribuenti settentrionali finiscono col pagare queste infrastrutture due volte: dapprima con le tasse, che in misura maggiore di altre parti del Paese versano allo Stato, e poi attraverso  il pagamento di ticket e di tariffe, al fine di coprire gli investimenti privati. Perché i veneti, e in generale i cittadini del Nord, devono pagare due volte  queste infrastrutture, quando già “subiscono” un livello di pressione tributaria che non ha  eguali nel resto d’Europa e dei costi aggiuntivi che stremano famiglie ed imprese?