La procedura per l’interscambio dei dati catastali tra i Comuni italiani e l’Agenzia delle Entrate è partita la scorsa settimana. Attraverso le piattaforme web predisposte per dare attuazione al il provvedimento del direttore dell’Agenzia del 29 marzo 2013, i Comuni possono incrociare i dati con i catasti per verificare se qualcuno ha cercato di barare. Infatti con la riforma della tassa sui rifiuti, l’imposta si paga in base ai metri quadri della casa e non più in base ai vani. Solo che fino ad ora i contribuenti hanno dichiarato autonomamente le dimensioni della propria casa. E non è detto che abbiano detto la verità. Per questo partirà a breve la contro-verifica dei Comuni.

 

Ma non è questo l’unico cambiamento con l’entrata in vigore della Tares al posto della Tarsu. La novità riguarda le unità immobiliari a destinazione ordinaria: quindi oltre alle abitazioni (gruppo catastale A), scuole uffici pubblici ospedali e altri immobili del gruppo B e ancora negozi botteghe e laboratori artigiani (gruppo C).

 

Inoltre la raccolta dati potrebbe essere utilizzata dai sindaci per realizzare delle tasse “proporzionate” al valore dell’immobile o alla zona in cui è situato. Già dal 2005 è possibile per le amministrazioni rimediare almeno in parte all’inadeguatezza delle classificazioni catastali provvedendo in collaborazione con l’Agenzia al riclassamento di intere microzone dei territori comunali in base ai valori medi di mercato, oppure di singole unità immobiliari nel caso in cui siano state verificate variazioni o ristrutturazioni rilevanti, tali da far aumentare il loro valore catastale. Ma solo 17 Comuni in tutta Italia hanno utilizzato la prima opportunità, e circa un migliaio la seconda.